“Come un mare di seta, rosso fuoco d’autunno, io brucio. E protette dal sonno, dentro me muoveranno, lentamente, le fiamme. Io non so controllare quest’ansia criminale di vivere. C’è qualcosa più grande di me. È qualcosa più grande di me. Più grande di me. Io non riesco a parlare e nemmeno a svenire. Io brucio. Io non riesco ad uscire, da me non mi basto. Io brucio. Sono come una foto sfocata, sbagliata, malriuscita. Io brucio. C’è qualcosa più grande di me. È qualcosa più grande di me. Più grande di me”

Sennett: non seguite Mario Monti

Da un’intervista di Marco Dotti, su Vita, a Richard Sennett, grande sociologo americano

La cooperazione è uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme, e in questo sta la sua forza. Cooperare richiede abilità nel comprendere e capacità di rispondere emotivamente agli altri. Non si coopera su un social network, si coopera nella vita e nel lavoro…

Oggi, quando si parla dell’Italia si pensa solo al lato oscuro della
collaborazione, ossia la collusione. Oppure, se ne parla – forse siete un po’ voi italiani a cantarvela, attraverso economisti-opinionisti che avete abbeverato alle peggiori retoriche liberiste d’America e che con un provincialismo che fa impressione parlano di “cervelli in fuga”, di “fannulloni” – come di una sacca di Medioevo, che inchioda l’Italia alle corporazioni, che la frena con la zavorra di giovani che non vogliono andarsene di casa e vecchi che non vogliono morire, che la limita nella crescita con imprese che pretendono di non seguire i dettami del marketing estremo…

Siamo messi male, se la pensiamo così. Io credo invece che l’Italia abbia molto da insegnare, proprio in ciò che i promotori del disastro leggono come disvalore. C’è un valore culturale forte nella cooperazione, nell’autoaiuto, nel mutualismo, nella solidarietà informale della famiglia o tra le generazioni. Tutte cose che in Italia hanno una tradizione antica e vitale. Una tradizione che parla però già il linguaggio del nostro futuro. Perché cooperare è il futuro. Il futuro è in questa economia delle relazioni, del dialogo, dello stare e del fare insieme, non nell’ambigua finanza del competere. Non ci si salva da soli, questo spiegatelo a Mario Monti e ai suoi. Se non lo capiscono, non seguiteli.

ilibertario:

Un genio.

ilibertario:

Un genio.

(via 10lustri)

Enrico Mentana sul caso Fiat-Formigli

Ecco come la pensa il direttore del Tg di La7, Enrico Mentana, riguardo la condanna di risarcimento che ha colpito Corrado Formigli per il suo servizio sulla Alfa Romeo Mito andato in onda durante una puntata di AnnoZero. 

Nel nostro mestiere si dice cane non morde cane. Quindi un giornalista accusato da un’azienda dev’essere difeso dagli altri giornalisti. Non facciamo così, diciamo che, per comodità di ragionamento, Formigli aveva torto marcio nel giudicare quella Fiat.
A parte che esiste il diritto di critica, a parte che nessun dato di quelli nel servizio era falso. Ma se un’azienda può ottenere 7 milioni di risarcimento per un’inchiesta che non le piace e che ritiene lesiva, chi farà mai più le inchieste?
Si dirà ma il danno che ha avuto.
Il danno patrimoniale è stato giudicato di 1.750.000 euro.
Poi c’è il danno non patrimoniale: più di 5 milioni di euro. Che cos’è il danno non patrimoniale? E’ il danno morale, reputazionale, all’immagine».
Ora però, la Fiat non è che è una Onlus. E’ la più grande e gloriosa azienda manufattoriera di questo paese, ma non soltanto. E’ anche attiva nell’informazione; è proprietaria di un giornale, la Stampa. Ha un’importante concessionaria di pubblicità, la PubliKompass. E’ il secondo azionista della RCS quindi influente su un giornale importante, il Corriere della Sera, e anche sulla Gazzetta dello Sport e non soltanto.
Non può non sapere, la Fiat, quanto sia importante la libertà d’informazione. Che è una cosa seria e non può soggiacere alla spada di damocle di pene pecuniarie fortissime che invalidano evidentemente ogni possibilità di fare seriamente questo lavoro in modo critico anche nei confronti dei poteri forti.
E tutto questo sarebbe tollerabile se la Fiat fosse sempre stata estranea ai rapporti inconfessabili coi giornalisti. Se non avesse mai invitato i giornalisti a viaggi esotici in lontani saloni automobilistici, o a gare automobilistiche in giro per il mondo.
O se non avesse mai concesso in comodato, in prestito illimitato, in prova senza scadenza le sue automobili a compiacenti giornalisti di ogni ordine e grado. Ma siccome la Fiat ha sempre fatto tutto questo, rispetto a giornalisti della Rai ma anche in altri campi e in altri tipi di giornalismo, scritto, televisivo o radiofonico, sa benissimo che non può, adesso, fare la verginella che è stata in qualche modo fatta oggetto di attenzioni moleste dalla mala informazione.
Sarebbe giusto pensare, invece, che con tutti i soldi che ha voluto - sentenza limitatrice. La richiesta fu di 20 milioni di euro - sarebbe bene che al Lingotto ci ripensassero e ragionassero più equamente, su questa richiesta di soldi. Anche perché un giornalista non guadagna così tanto. Certo, Formigli guadagna molto di più di un operaio di Pomigliano (soprattutto dopo l’ultimo contratto degli operai di Pomigliano). Ma guadagna molto meno di Sergio Marchionne, infinitamente meno. E a differenza dell’amministratore delegato della Fiat paga le tasse in Italia

Il teatro degli orrori - Il mondo nuovo - Io cerco te

Il mio nuovo set da barba

Finalmente mi faccio la barba!
 


Chi mi frequenta quotidianamente solo a leggere il titolo di questo post avrà reazioni tipo orticaria. Nelle ultime settimane riconosco di essere stato leggermente monotematico. Ho avuto una sola cosa in testa: mettere insieme il mio nuovo set da barba. Un’operazione delicata per diversi motivi. Il primo è la natura del tema. Farsi la barba è una cosa intima e totalmente definita dai propri gusti personali. In un settore dove le scelte sono pressoché infinite per prender decisioni bisogna essere molto informati.  Il secondo scoglio che ho incontrato è la scarsa informazione sul web. È vero, stiamo parlando di attrezzi frequentati ormai da un esigua minoranza di persone, che per la natura retrò dei prodotti, molto di rado hanno dimestichezza con la rete anche solo per il fatto di avere tutti un’età superiore ai 70. Ma siccome amo tutto ciò che è antico e tradizionale, dalle pipe ai cappelli passando dai papillon, eccomi qui. Non so perchè ma tutto quello che si usava una volta mi affascina e mi dà un’idea di solido, definitivo e durevole che stride enormemente con il mondo di oggi, tutto usa e getta. Sarà la crisi, sarà che non ne potevo più di irritarmi le guance solo a guardare un rasoio, sta di fatto che sono pronto a condividere quello che ho imparato. 
Visti i pochi indizi che la rete mette a disposizione dei neofiti della barba ho deciso di raccogliere qui idee, impressioni, consigli e informazioni utili. 
 

Prima di tutto però bisogna chiarire una cosa basilare. Il perché. Perché spendere quattrini per dotarsi delle più svariate attrezzature quando posso tranquillamente avere un bel rasoio elettrico che si smazza tutti i problemi. Naturalmente io partivo da un problema di fondo. Il rasoio elettrico ha un effetto su di me in stile silk epil. Dolore, arrossamento e peli strappati. Per quello che riguarda invece la barba a mano il mio problema, pensavo all’inizio, era la barba dura e la pelle sensibile. Quindi ero convinto che il punto fosse il rasoio. Niente di più sbagliato. Il 90% delle irritazioni si evitano con la giusta preparazione. Sono l’acqua, i prodotti pre shave e la giusta schiuma a salvarvi la faccia. Il rasoio è in sostanza la ciliegina sulla torta. 
Ma andiamo con ordine.
 

La prima scelta deve necessariamente riguardare il fulcro di tutto: il pennello.
Variano di misura, marca e pelo. La cosa principale è il tipo di pelo che compone il ciuffo del pennello. È fondamentale usarne uno in pelo di tasso, che è molto simile ai peli umani e per questo riesce a portare la schiuma in ogni anfratto della nostra barba. Va da sé che costa più di quello detto “da barbiere” in setola di maiale. A Milano il negozio istituzione è Coltelleria Lorenzi, in corso Magenta dal 1919. L’unico difetto sono i costi. Ma non preoccupatevi. Lorenzi va usato per lo più come nave scuola. Usate il loro sito per farvi un’idea dei prodotti disponibili. Una volta che avete individuato quello che fa per voi, passate al sito di un altro posto molto fornito, Collini 1955 di Novara. 
Sul loro portale troverete molte offerte. Questo è solo un passaggio intermedio. Non vi toccherà andare a Novara. Una volta scovati sconti e offerte per l’acquisto andrete alla coltelleria (il nome ve lo recupero in giornata, l’ho dimenticato) di Corso Genova a Milano. Vi chiedete perché non andare drittamente lì? Per due motivi: il primo è che è meglio arrivare preparati, il secondo è che non hanno un sito. 
Torniamo ai pennelli. I migliori per me, anche meglio di quelli artigianali che ogni coltelleria produce, sono i tedeschi Muhle. Per cominciare, visti i costi, partirei da una terza scelta di misura media. Perché un pennello duri nel tempo è capitale che si asciughi a testa in giù. Per questo è fondamentale un trespolo (un sostegno da pennello). Va da sé che se dovete comprarvi pennello e trespolo  conviene già pensare ad un trespolo che abbia lo spazio per il rasoio. Caso vuole che la Muhle offre un trespolo con pennello di tasso e rasoio (la tipologia la vedremo poi) a 80 euro. Che è una cifra veramente buona se si pensa che da Lorenzi solo un trespolo (senza nulla da attaccarci) viene già 100 euro. Oltre al pennello in pelo di tasso il mio consiglio è di munirsi anche di uno “da barbiere”. Vi servirà per evitare di dover montare la schiuma con quello di tasso e rovinarlo inutilmente (viene solo 9 euro). Ecco qui altre marche che producono pennelli di qualità: Omega (giusto per essere patriottici), Plisson, Vulfix, Simpson, Mondial, Kent e Semogue. 
 

Il secondo argomento fondamentale è il rasoio.

La scelta è tra quattro categorie: multilama a testine intercambiabili, di sicurezza, shavette e mano libera.

Quelli multilama li conoscete tutti, (Fusion, Proglide, Mach3) e il consiglio è quello di prenderne uno. Usare un metodo antico non significa ignorare la tecnologia e le migliorie.
Il rasoio di sicurezza ha la forma e l’uso dei rasoi usa e getta ma con il filo su entrambi i lati. Funziona a lamette intercambiabili.

Lo shavette è il tipico rasoio del barbiere, viene caricato ogni volta con una mezza lametta e si sua come un rasoio a mano libera.
Il rasoio a mano libera è il rasoio per eccellenza. Ma a sorpresa sconsiglio di acquistarlo. Due i motivi principali: i costi (che comprendono oltre al rasoio anche gli attrezzi per averne cura) e la sicurezza (è l’unico tra quese tipologie veramente pericoloso). Una volta che saremo molto bravi e ricchi ce ne permetteremo uno per provare.

Per quel che riguarda le marche mi limito a segnalare un paio di cose. La prima riguardale lamette. Ce ne sono in commercio molte, tutte più o meno sui 4/5 euro. Ogni lametta ha un filo e una durata differenti. Le Wilkinson ad esempio sono meno taglienti e durevoli e sono ottime per cominciare. Per chi volesse un taglio più deciso ci sono le Feather mentre per una via di mezzo vanno bene le Gillette o le Dovo. Ci sono di due dimensioni: lunghe e normali. Sempre la Dovo propone gli shavette. Li sconsiglio. Sono buoni ma non migliori dei “senza marca” che hanno il sostegno per la lama in metallo e costano la metà (sui 6 euro). Non per niente li usano i barbieri.   

Una volta che abbiamo pennello e rasoio arriva la parte più personale. La schiuma da barba.
Qui ognuno ha le proprie preferenze e fissazioni. 
È un dovere segnalare prima di tutto i prodotti italiani. Due i principali.
 Il primo è genovese, Valobra, che propone due soluzioni, una aromatizzata alla mandorla l’altra al mentolo. Il secondo, disponibile solo alla mandorla, è un’istituzione. Si tratta del Cella. Ha come peculiarità di venire ancora venduto nella confezione originale da 1 kg. C’è anche quella da 150 grammi ma perde di fascino. Da qui si passa in terra inglese e le marche sono sempre le stesse: Truefitt&Hill, Taylor, Trumper e Harris. Personalmente non amo le creme aromatizzate. Per questo ho optato per la “Unscented” della Truefitt&Hill. Saponi neutri ne fanno anche altre marche ma non erano disponibili. 
 

L’ultimo passaggio deve essere un aftershave.
Le stesse marche inglesi che producono schiume da barba propongono anche ogni sorta di dopobarba. Le categorie sono in sostanza due: con o senza alcool. Ci sono liquidi, gel, olii e creme. La mia scelta però non è inglese, è alcoolica e soprattutto economica. Floid arancione, bottiglia da 400 ml con vaporizzatore. Proprio quello che usava vostro nonno e che ancora usa il vostro barbiere. Un prodotto spagnolo (di Barcellona) capace di farvi tornare bimbi. E costa solo 20 euro.

Ma non è finita. Ora che avete la base potete sbizzarrirvi con gli accessori.
Una cosa che non può mancare è la ciotola di acciaio per montare la crema. Costa poco e dura in eterno. Un’altra opzione sarebbe la brocca da barba (che mi sono ripromesso di comprare) in cui si mette l’acqua bollente. Ha il pertugio per mettere in ammollo il pennello e in alto lo spazio per il sapone. Un modo per tenere calda la schiuma. Ma i costi sono elevati. Altro gadjet indispensabile è l’allume di potassio. In sostanza una pietra che può fare da dopobarba e deodorante (se lo usate in un senso evitate di usarlo anche nell’altro!). Perfetta per suturare tagli e abrasioni. La migliore per prezzo e dimensioni è la Bloc della Osma. 
    

Il nuovo Mediterraneo - Giancarlo Elia Valori



Come ogni buona profezia, anche quella di Marshall McLuhan su un mondo sempre più incline al profilo di un “villaggio globale” conteneva una buona dose di ingenuità, mista a inconsapevole irriverenza. Eppure, sono queste - forse - le profezie migliori: quelle che, fulminee,  colgono l’air du temps, senza necessità di conferme ex cathedra o autoavveramenti a posteriori. Che il mondo, il “nostro” mondo sia sempre più un inesorabile intreccio di ipermodernità e tribalismi, e quindi si configuri davvero come un villaggio globale, è senza ingenuità confermato anche da  un saggio lucidissimo e - come tale - determinante, spiazzante e disarmante al tempo stesso di Giancarlo Elia Valori: “Il nuovo Mediterraneo” (Excelsior 1881, premessa di Tarak Ben Ammar). Determinante proprio perchè spiazzante e disarmante per i luoghi comuni del pensiero geopolitico, geostrategico e per ciò che Friedrich W. Nietzsche chiamava “la grande politique”, il libro di Valori lo è in monti sensi. Lo è, prima di tutto, per quella profondità di analisi che non dimentica, anzi origina - è ancora Nietzsche a parlare - dalla superficie delle cose. Perchè è lì, nel mondo apparentemente liscio e illusoriamente levigato delle carte e delle mappe attraverso cui orientiamo il nostro sguardo sulle cose del mondo, che si agitano venti improvvisi. Venti che - a occhi attenti, e Valori è ben più che attento - sanno rivelare improvvise ascese e improvvide cadute. La mappa, si diceva un tempo, non è il territorio. E chi, d’altronde, si immaginerebbe mai di recarsi non solo in guerra, ma anche in una banale escursione turistica senza mappe ben calibrate e aggiornate? Eppure è così che funziona l’incantesimo (e qui siamo al tribalismo post-moderno) del villaggio globale: una deriva per autoipnosi, una banalizzazione costante dei processi, un’incapacità di cogliere con realismo le dinamiche politiche e, a conti fatti, di disertare dal terreno che, a parole, si vorrebbe proprio dell’umano: la speranza. Solo la lucidità del pensiero, solo lo studio permettono - forse, e per questo chi davvero pensa, davvero spera - di sottrarsi alla weberiana gabbia d’acciaio. Gli opinion makers hanno sostituito gli intellettuali, i decisori non decidono. Il mondo ci appare nel caos. Ma se gli intellettuali focalizzavano discorsi e punti critici, gli opinion makers orientano più banalmente discorsi, dando a essi la forma di mappe costantemente fuorvianti. Non è questo il caso. Valori è intellettuale nel senso classico, non postmoderno del temine. Intellettuale la cui postura etica si rivela proprio là dove svela, senza reticenze, dinamiche che talvolta preferiremmo ignorare o per supponenza (considerare l’Africa un continente premoderno, è effettivamente supponenza) o per incapacità. Qui - si leggano le pagine forti e intense sulle “primavere arabe” e sui new media, ma anche il capitolo su luoghi “senza più storia”, direbbe Hegel, come l’Algeria, o sovradeterminati mediaticamente come la Siria o il Maghreb - le mappe disegnate con costante perizia dal professor Valori si rivelano precise e rivelano al contempo tutt’altro territorio “spazio-intellettuale”. Non possiammo giocare a un gioco di cui ignoriamo le regole, ma - wittgensteianamente - è proprio questo che il mondo globale ci chiede di fare: giocare a un gioco le cui regole si fanno giocando. Paradosso evidenziato con rigore weberiano e paretiano da Valori che, d’altronde, mostra la pacatezza di chi sa di avere dalla sua  uno studio paziente, sul campo, quel campo dove pensiero e azione non sono disgiunti. Sono ancora le cose, la superficie apparentemente liscia del mondo nostro e loro, la profondità della “grande politica” a rivelare l’estremo acume dell’analisi di Valori . Bisogna essere grati a Valori per questo suo libro. Grati  perchè, in tempi in cui il denaro faustianamente vorrebbe relegare nell’angolo il pensiero, mostra che è ancora il pensiero - dove c’è, quando c’è - a non farci disperare. Il villaggio globale sarà meno villaggio, e più comunità, quando avrà capito questa lezione.

Alaa Wardi - Ma3gool

È l’applicazione di una tecnica di propaganda che ha già mostrato i suoi frutti dal 2005 in poi, quando venne deciso che il 911 Truth Mov. doveva apparire sui media mainstream usando le parole chiave: ingenuo, complottista, infantile. Spesso enfatizzando teorie numerologiche o rettiliane che nei movimenti sono infinitamente minoritarie. Il problema non può essere evitato perchè è troppo evidente, quindi va passata l’idea che se ci credi sei un povero coglione. Tanto basta per far si che il consumatore medio stia alla larga da qualunque approfondimento. Sono gli stessi principi secondo cui i pannoloni per la terza età non servono a salvare i pantaloni dalla merda, ma a farti uscire a fare shopping con le amiche a 70anni senza l’incubo della riprova sociale…
A chi mi da del complottista, da fonte anonima

Ecco, direttamente dal sito online, sezione “Chi siamo”, l’identikit di Equitalia

“Equitalia è la società per azioni, a totale capitale pubblico -51% in mano all’Agenzia delle entrate e 49% all’Inps-, incaricata dell’esercizio dell’attività di riscossione nazionale dei tributi e contributi. Il suo fine è quello di contribuire a realizzare una maggiore equità fiscale, dando impulso all’efficacia della riscossione attraverso la riduzione dei costi a carico dello Stato e la semplificazione del rapporto con il contribuente (il rapporto con il contribuente è talmente semplificato che di questi signori non è disponibile, non dico un numero di telefono, ma neanche una mail. Per ogni evenienza si è rimandati al centralino del Comune di Milano).
Dal 1° ottobre 2006,  l’art. 3 del decreto legge n. 203 del 30 settembre 2005, convertito con modificazioni nella legge n. 248 del 2 dicembre 2005 (grazie Tremonti), ha ricondotto l’attività di riscossione sotto l’ombrello pubblico, attribuendo le relative funzioni all’Agenzia delle entrate che le esercita tramite Equitalia -da ottobre 2006 a marzo 2007 il nome era Riscossione SpA-. In precedenza tale compito era affidato in concessione a circa 40 enti tra istituti bancari e privati.
Equitalia è un gruppo composto dalla holding Equitalia SpA che controlla Equitalia Giustizia, Equitalia Servizi  e 7 Agenti della riscossione presenti sul territorio nazionale, tranne in Sicilia. (In effetti in Sicilia c’è già Cosa Nostra a fare una certa concorrenza con il suo pizzo).
Il futuro assetto societario del Gruppo prevederà il passaggio a 3 Agenti della riscossione: Equitalia Nord, Equitalia Centro, Equitalia Sud. La prima fase operativa del riassetto è partita il 1° luglio 2011 con una prima tranche di operazioni societarie e con il debutto operativo delle nuove società. Il riassetto si concluderà entro il 31 dicembre di quest’anno con l’incorporazione delle restanti società partecipate nelle 3 nuove realtà. Equitalia Nord, Equitalia Centro ed Equitalia Sud sono strutturate in direzioni regionali e ambiti provinciali per allineare le strutture di Equitalia all’attuale sistema di governance degli azionisti Agenzia delle entrate e Inps.

 Attraverso l’armonizzazione delle procedure e dei comportamenti operativi, Equitalia si pone gli obiettivi di:
- costruire con l’Agenzia delle entrate un governo unitario dell’azione di accertamento e di riscossione mediante ruolo, che garantisca uniformità di indirizzi, massimizzazione dell’efficacia della riscossione e ottimizzazione del rapporto con il contribuente (organizzati come le ss);
- armonizzare le procedure e i comportamenti operativi su tutto il territorio nazionale nell’attività di riscossione coattiva (con grande armonia ed equità sostanzialmente vengono a pignorarti la roba);
- introdurre un approccio al contribuente basato anche sulla possibilità di utilizzo di più efficaci strumenti di relazione, focalizzato sulla riscossione, orientato all’ascolto dei cittadini e all’efficacia dei risultati (quali siano questi strumenti di relazione più efficaci non è dato saperlo. Quello che è certo è che nessun cittadino vuole un rapporto con qualcuno focalizzato a spillargli quattrini).

Questi obiettivi rispondono alla necessità di produrre un forte effetto di deterrenza all’evasione, fine istituzionale primario di Equitalia e scopo principale dell’intero sistema di riscossione tributi.
 L’integrazione degli Agenti della riscossione nell’ambito di un unico Gruppo ha consentito la costruzione di un’unica squadra di specialisti (questi sono specialisti! Un po’ come dei chirurghi, ma che operano sui portafogli), con lo scopo di armonizzare gli aspetti procedurali e creare una nuova relazione con il pubblico. Attualmente lavorano in Equitalia più di 8 mila persone (ci sono tanti criminali legalizzati a quanto pare), accomunate dalla medesima cultura e dagli stessi obiettivi (oggi il furto è cultura)”

Questi signori, con cui, a dispetto delle belle parole, non è mai possibile confrontarsi, mandano cartelle esattoriali per importi già pagati. Lo fanno sistematicamente e scientemente. Il bello di queste cartelle è che per dimostrare di aver già pagato l’importo “dovuto” bisogna relazionarsi con il centralino online. Preso appuntamento si viene richiamati nel giro di 20/30 giorni. Nel frattempo però la mora e i debiti (su un importo che voi avete già pagato, va tenuto a mente) continuano a fioccare. Non ci credete? Ecco cosa recitano tutte le loro missive «gli interessi di mora sono dovuti dal contribuente in aggiunta alle somme iscritte a ruolo, qualora non effettui il pagamento entra sessanta giorni dalla data di notifica. Il tasso di interesse applicato viene determinato con apposito atto normativo -normativa di riferimento art. 30 D.P.R. n. 602/1973 e norme correlate- (Non è dato neanche sapere il tasso. Gli alibratori sono più trasparenti). Gli interessi di mora si applicano a partire dalla data di notifica della cartella fino al giorno del pagamento e spettano all’Ente creditore. Sugli stessi è dovuto anche il compenso spettante all’Agente di Riscossione». Dunque in ogni caso noi dovremo pagare la mora (che scatta appena prendiamo in mano la missiva, e questp fantomatico Agente. Una mora su una somma che abbiamo già pagato o che non ci vede debitori. Alla fine dell’iter che ci porterà a dirimere la pratica e a dimostrare le nostre ragioni  però nessuno ci rimborserà il tempo speso al telefono, agli sportelli e nella lettura e traduzione delle 20 pagine che Equitalia ci ha inviato.
Questo poi nel caso ci fossimo accorti che quei soldi noi non li dobbiamo a nessuno, perché molti pagano senza sapere di essere stati truffati.
E tutto questo lo fa una società che nel nome porta in dote una parola cara al nostro presidente del Consiglio, Mario Monti: equità. Alla faccia…

P.s. Sarà un caso che il simbolo, ufficialmente una bilancia stilizzata, nel logo diventi una clessidra? È un monito? Ogni minuto che passa tu sei più povero…

Sii grato a colui che, con il proprio esempio, ti ha indicato il contrario di ciò che avresti fatto, perché gli devi almeno la metà di ciò che sei, qualunque cosa tu sia diventato. Sii riconoscente a chi non percorre la tua strada, non foss’altro perché te ne ha mostrata una diversa dalla tua
Pierangelo Dacrema - Bevo, fumo e mangio molta carne!

Nigel Farage, europarlamentare britannico, interviene in Parlamento Europeo nel giorno del voto di fiducia dell’esecutivo Monti

Ecco perché da un po’ le sigarette non rimangono più accese

Da qualche giorno mi sono trovato a dover accendere ripetutamente le  mie sigarette. Ho subito pensato che fosse dovuto a qualche difetto di fabbricazione. Causa crisi compro le Camel Light pacchetto morbido, che costano meno. Mi son detto: «spesa da barbone, sigarette da barbone». E invece no. Qualche girono dopo ho scoperto l’arcano: si tratta delle sigarette “Lip” (lower ignition propensity) antincendio. 
Dal primo novembre sono state commercializzate le bionde che vennero annunciate nell’estate di tre anni fa dall’Ue. Il trucco è che nel cilindro della sigarette sono state posizionate tre bande di carta leggermente più spessa che rallentano la combustione (in pratica lasciano passare meno aria) inducendo una sorta di autospegnimento se non vengono aspirate. L’ennesimo pacco made in Euroland.
Mentre smoccolo pensando alla multa da 180 euro presa in Croazia per aver lanciato una sigaretta dalla macchina (la causale era il rischio d’incendio) e all’aumento in arrivo che porterà i pacchetti a 7 euro mi sto convincendo che la trovata sia solo per farci fumare tutto d’un fiato e quindi di più.

Cos’è l’inflazione? Ecco qua

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